Una tazza di tè

11 10 2011
Illustrazione zen di una tazza piena

© Matteo 'Piter' Pederzini

Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.

Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.

Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. «È ricolma. Non ce n’entra più!».

«Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?».





Storia zen: Il Secchio e la Luna. Tornare a sé

9 05 2011
Illstrazione zen di un secchio colmo d'acqua e in esso la luna riflessa

© Matteo 'Piter' Pederzini

Quando la monaca Chiyono studiava lo Zen, per molto tempo non riuscì a raggiungere i frutti della meditazione.
Finalmente, in una notte di luna, stava portando dell’acqua in un vecchio secchio tenuto insieme con una cordicella di bambù.
La cordicella di bambù si ruppe e il fondo del secchio cadde, e in quel momento Chiyono fu liberata!
Per commemorare l’evento scrisse una poesia:

In questo modo e in quello cercai di salvare il vecchio secchio
Poiché la corda di bambù era logora e stava per rompersi.
E poi tutto a un tratto il fondo si staccò e cadde.
Niente più acqua nel secchio.
Niente più luna nell’acqua.

Quali sono i frutti della meditazione che la monaca Chiyono desidera raggiungere?
La ricerca di se stessi e della pace interiore che tutti abbiamo dietro la menta agitata e condizionata.

Cosa rappresenta il vecchio secchio?
La nostra vecchia vita che teniamo insieme con logore cordicelle, le cordicelle dei nostri vecchi schemi e attaccamenti, e dentro il secchio il nostro logoro ego, pallido riflesso della nostra vera vita, del nostro vero essere. Mettiamo pezze da tutte le parti pur di non cambiare. Ma arriva il momento in cui un accadimento più forte, più importante, scuote la nostra vita e i vecchi pensieri vanno in crisi, non riescono più a far fronte alla vita. Arriva il momento dove qualcosa di inspiegabile ci spinge a cercare altro in altro.





Una goccia d’acqua

18 02 2010

Un maestro Zen che si chiamava Gisan pregò un giovane studente di portargli un secchio d’acqua per raffreddare il suo bagno. Lo studente portò l’acqua e, dopo aver raffreddato il bagno, gettò a terra quel po’ d’acqua che era rimasta nel secchio.

“Stupido!” lo sgridò il maestro. “Perché non hai dato l’acqua rimasta alle piante? Con che diritto sprechi anche una sola goccia d’acqua in questo tempio?”

In quel momento il giovane studente raggiunse lo Zen. E cambiò il proprio nome in Tekisui, che vuol dire una goccia d’acqua.





Se mi ami, ama apertamente

18 02 2010

Venti monaci e una monaca, che si chiamava Eshun,
facevano esercizio di meditazione con un certo Maestro Zen.
Nonostante la sua testa rasata e il suo abito dimesso,
Eshun era molto carina. Diversi monaci si innamorarono
segretamente di lei. Uno di questi scrisse una lettera
d’amore, insistendo per vederla da sola. Eshun non rispose.
Il giorno dopo il Maestro fece una
lezione ai suoi discepoli, e alla fine della conferenza Eshun
si alzò. Rivolgendosi a quello che le aveva scritto, disse:
«Se veramente mi ami tanto, vieni qui e prendimi subito
tra le tue braccia».





Bodhisattva

18 02 2010

Si racconta che un giorno Buddha avesse raggiunto le porte del Nirvana. Le porte erano aperte e tutti gli altri Buddha danzavano e cantavano per dargli il benvenuto, perché accade raramente che un essere umano diventi un Buddha. Tutti gli antichi Buddha si erano radunati per quella festa di accoglienza del Buddha. Ma lui non entrò. Tutti lo pregavano di entrare nel Nirvana insieme con loro, ma egli rispose: «A meno che tutti gli esseri dietro di me non entrino anche loro, io resterò fuori, perché una volta entrato, io scomparirò come essere, e non potrò più aiutarli. Vedo milioni di persone che inciampano nel buio della loro esistenza. Anch’io nello stesso modo ho annaspato nell’ignoranza, vorrei dar loro una mano. Per favore, chiudete la porta: quando saranno arrivati tutti, allora io stesso busserò per entrare».





Recitare i Sutra

18 02 2010

Un contadino chiese a un prete Tendai
di recitare i sutra per sua moglie che era morta. Finita la
recitazione, il contadino domandò: «Tu credi che mia
moglie ne trarrà vantaggio?». «La recitazione dei sutra
sarà di beneficio non solo a tua moglie, ma anche a tutti gli
esseri senzienti», rispose il prete. «Se dici che sarà di
beneficio a tutti gli esseri senzienti», ribatté il contadino,
«sta a vedere che mia moglie è troppo debole
e gli altri se ne approfitteranno per rubarle il vantaggio che
toccherebbe a lei. Sicché recita i sutra soltanto per lei,
su da bravo». Il prete spiegò che un buddista vuole elargire
benedizioni e augurare benefici a ogni essere vivente.
«Questa è una bella regola», tagliò corto il contadino, «ma
stavolta fa un’eccezione, per piacere. Ho un vicino che è
un gran villano e mi fa sempre un sacco di sgarbi. A me basta
che da tutti quegli esseri senzienti tu escluda lui».





La rana schiacciata

18 02 2010

C’era una volta un monaco che credeva nella disciplina e che si era attenuto ai precetti per tutta la vita. Mentre stava camminando di notte, calpestò qualcosa che sembrò lamentarsi e immaginò che fosse una rana, una mamma rana piena di uova. Mortificato al pensiero di aver ucciso una rana incinta, quando quella notte il monaco andò a dormire, sognò di essere assalito da centinaia di rane che pretendevano la sua vita. Era assolutamente terrorizzato.

Venuto il mattino, il monaco andò a cercare la rana che aveva schiacciato e trovò che invece era soltanto una melanzana troppo matura. In quel preciso momento, le incertezze del monaco cessarono di colpo: rendendosi conto che non c’è nulla di concreto nel mondo, per la prima volta fu davvero in grado di mettere questo concetto in pratica nella vita.





Il Dibattito

18 02 2010

C’è un’antica tradizione in alcuni monasteri Zen del Giappone, secondo la quale se un
monaco errante può vincere un dibattito sul Buddismo con uno dei monaci residenti,
acquisisce il diritto di pernottare una notte,
altrimenti deve proseguire il suo cammino.
Vi era uno di questi monasteri, tenuto da due fratelli;
il più anziano era molto istruito, e il più giovane era piuttosto stupido,
e in più orbo di un occhio.
Una sera un monaco errante capitò da quelle parti a chiedere ospitalità.
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